Una conversazione può cominciare con una fotografia e finire senza che due persone abbiano mai sentito le rispettive voci. Nel mezzo, un piccolo esercizio di diplomazia: scegliere la frase giusta, dosare l’interesse, interpretare un silenzio, decidere quando rispondere. Le app di incontri hanno reso possibile conoscersi oltre le cerchie abituali. Hanno anche dato una forma riconoscibile alla ricerca dell’altro: un profilo, una selezione, una corrispondenza. La domanda è quanto spazio resti, dentro questa forma, per una persona intera.
L’oblio delle app, allora, può diventare una necessità culturale. Oblio inteso come perdita della loro centralità, fino alla libertà di dimenticarle sul telefono o cancellarle quando occupano più vita di quanta ne aprano. Tornare a parlarsi significa recuperare il diritto a una relazione che non debba continuamente essere avviata, valutata, confrontata con altre possibilità. Significa poter restare in una conversazione senza sentirsi in ritardo rispetto alla prossima.
La persona oltre la vetrina
Il profilo è necessariamente una riduzione. Una passione, tre immagini, una battuta riuscita possono offrire un primo indizio; lasciano fuori il modo di ascoltare, una gentilezza imprevista, la capacità di cambiare idea. Nell’incontro queste qualità hanno il tempo di emergere. Nella selezione rapida rischiano di non arrivare nemmeno al primo giudizio. E anche chi si presenta può finire per domandarsi soprattutto come apparire desiderabile, mettendo in secondo piano ciò che davvero desidera.
La critica riguarda soprattutto un’abitudine che possiamo portarci fuori dallo schermo: considerare ogni incontro provvisorio perché un’alternativa sembra sempre disponibile. È una tentazione, non il destino di ogni utente. Diventa però un problema quando la possibilità di scegliere impedisce di concedere attenzione alla scelta fatta. Conoscere qualcuno richiede una rinuncia temporanea al confronto: ascoltare quella voce, capire quella storia, tollerare che una prima impressione sia incompleta.
I legami esistono anche online
I dati invitano a evitare le condanne sommarie. Un’indagine del Pew Research Center, condotta negli Stati Uniti nel luglio 2022 e pubblicata nel 2023, registrava esperienze positive per il 53% di chi aveva utilizzato siti o app di incontri e negative per il 46%. Un adulto statunitense su dieci tra quelli in coppia dichiarava di aver conosciuto il partner attraverso questi strumenti. Sono risultati riferiti a quel Paese e a quel periodo, non una fotografia dell’Italia di oggi.
Quelle relazioni hanno piena dignità. Per chi vive lontano dai grandi centri, ha difficoltà a frequentare nuovi ambienti o cerca persone con cui condividere un’esperienza minoritaria, il digitale può aprire possibilità preziose. Una conversazione scritta può essere intima e autentica; un tavolo condiviso può ospitare una perfetta estraneità. La presenza comincia dall’attenzione che concediamo, qualunque sia il mezzo. E proprio per questo nessuna interfaccia dovrebbe diventare l’unica strada praticabile.
La solitudine non si disinstalla
Nel rapporto del 2025, la Commissione dell’Organizzazione mondiale della sanità sulla connessione sociale ha stimato che la solitudine interessi circa una persona su sei nel mondo. L’OMS richiama una pluralità di fattori, dalle condizioni economiche e di salute alla disponibilità di spazi comunitari. Attribuire tutto alle app sarebbe una scorciatoia. Anche promettere che cancellarle risolva l’isolamento lo sarebbe: chi chiude un account deve poter trovare, fuori, occasioni concrete di partecipazione.
L’invito a uscire di casa diventa vuoto quando una città offre soltanto luoghi in cui consumare, quando gli orari di lavoro assorbono la giornata o quando muoversi costa troppo. La comunicazione umana ha bisogno di condizioni materiali: biblioteche aperte, associazioni accessibili, attività culturali, sport, trasporti, quartieri attraversabili. Ha bisogno anche di ambienti in cui essere nuovi non significhi sentirsi fuori posto. Ricostruire questi luoghi è una responsabilità pubblica, oltre che personale.
Imparare di nuovo a restare
Un incontro porta con sé esitazioni che una chat consente di correggere: una frase poco brillante, una pausa, una risposta che arriva lentamente. L’imperfezione può diventare conoscenza. La voce comunica una sfumatura; un’espressione permette di accorgersi che una battuta ha ferito; una domanda successiva mostra che qualcuno ha ascoltato. Perdere queste possibilità impoverisce la conversazione quando avremmo il desiderio e le condizioni per incontrarci.
Restare non equivale ad accettare qualsiasi comportamento. Il rispetto dei confini, il consenso e la libertà di interrompere un rapporto valgono online e fuori. Non ogni silenzio è una colpa, non ogni rifiuto richiede una trattativa. Ma quando una conoscenza è stata reciproca e rispettosa, saper dire con chiarezza che non si vuole proseguire riconosce l’esistenza dell’altro. La cura di una relazione comprende anche il modo in cui la si conclude.
Possiamo cominciare da gesti piccoli: proporre un incontro quando entrambi lo desiderano, lasciare il telefono in tasca mentre qualcuno racconta, chiamare un amico senza aspettare un’occasione speciale. Frequentare con continuità un luogo permette inoltre di superare l’ansia della prestazione immediata. Una familiarità può crescere attraverso incontri ordinari, senza che ogni conversazione debba dimostrare subito una compatibilità sentimentale. Amicizie e legami di vicinato meritano la stessa attenzione riservata alla ricerca di un partner.
Il tempo restituito
La misura di uno strumento dovrebbe essere la vita che ci permette di vivere. Se un’app aiuta a trovare una relazione, un’amicizia o una comunità, ha svolto un compito utile. Se la ricerca diventa un’attività che si alimenta da sola, fermarsi è una scelta legittima. Possiamo smettere di essere sempre disponibili alla selezione e diventare più disponibili all’incontro. Il necessario oblio comincia qui: nel momento in cui lo schermo torna sullo sfondo e la persona davanti a noi può finalmente occupare tutto il tempo di una frase.
Editoriale del 26 ottobre 2026. Le immagini accompagnano il testo come illustrazioni di contesto.




