Il 12 ottobre è arrivato un nuovo allarme sulla fame in Sudan. Il sistema internazionale IPC segnala un rischio crescente di carestia in parti del Darfur e del Kordofan, dove combattimenti, sfollamenti e grave siccità si sommano alla scarsità di finanziamenti umanitari. La guerra distrugge raccolti e mercati, impedisce i trasporti e ostacola le cure. Quando questi meccanismi si interrompono insieme, anche chi sopravvive a un bombardamento può morire per cause evitabili.
Il conflitto è esploso il 15 aprile 2023 tra le Forze armate sudanesi, guidate da Abdel Fattah al Burhan, e le Forze di supporto rapido di Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti. I due apparati avevano condiviso il potere prima di contendersi il controllo dello Stato. La guerra affonda le radici anche nel fallimento della transizione seguita alla caduta di Omar al Bashir nel 2019: la speranza di un governo civile è stata schiacciata dalla permanenza del potere militare.

Presentare lo scontro come una semplice rivalità personale non basta. In gioco ci sono catene di comando, risorse economiche, controllo dei territori e rapporti con attori esterni. Le alleanze locali variano e i civili possono essere identificati con un nemico in base alla comunità a cui appartengono o al luogo in cui vivono. In Darfur questa dinamica si innesta su una storia di persecuzioni e impunità che precede la guerra attuale.
Il rapporto pubblicato dall’Ufficio ONU per i diritti umani il 13 febbraio 2026 documenta la gravità dell’offensiva con cui le RSF hanno conquistato El Fasher nell’ottobre 2025. L’Ufficio ha registrato oltre seimila uccisioni nei primi tre giorni e ha indicato ragionevoli motivi per ritenere che siano stati commessi crimini di guerra e possibili crimini contro l’umanità. È una valutazione investigativa delle Nazioni Unite, da distinguere da una sentenza penale.
La scala dell’emergenza supera ormai la capacità degli aiuti disponibili. UNICEF indicava, nel rapporto di metà 2026, 33,7 milioni di persone bisognose di assistenza. Quel numero riunisce situazioni differenti, ma descrive un fatto essenziale: la distruzione dei servizi ha coinvolto una parte enorme della società. Gli ospedali non funzionano senza personale, medicinali, acqua e corrente. La malnutrizione rende più pericolose le infezioni; gli spostamenti forzati interrompono terapie, scuola e reti di sostegno.

La siccità aggrava questa crisi, senza cancellarne le responsabilità politiche e militari. L’accesso al cibo dipende anche dalla possibilità di coltivare, muoversi e ricevere soccorsi. Proteggere i convogli e garantire passaggi sicuri produce effetti immediati, ma una risposta duratura richiede di fermare le ostilità e limitare le risorse che le alimentano. I negoziati dovrebbero inoltre restituire spazio alle organizzazioni civili, invece di ridurre il futuro del Sudan a una spartizione tra apparati armati.
Per valutare un’iniziativa diplomatica occorrerà guardare a ciò che cambia sul terreno: accesso continuo agli aiuti, protezione delle comunità, cessazione degli attacchi e responsabilità per le violenze. Il rischio, dopo anni di emergenza, è abituarsi a numeri sempre più grandi. Il Sudan continua invece a perdere persone, competenze e legami sociali che nessun accordo potrà ricostruire rapidamente. Ogni rinvio rende più difficile anche il dopoguerra.
Approfondimento dell’edizione del 13 ottobre 2026. Le fotografie sono immagini d’archivio o di contesto: non documentano necessariamente gli eventi descritti nel testo.
Fonti e riferimenti (5)
- Organizzazione mondiale della sanità — IPC Sudan Food Insecurity and Malnutrition Alert
12 ottobre 2026 - Ufficio ONU per i diritti umani — RSF violations during capture of El Fasher
13 febbraio 2026 - UNICEF — Sudan Humanitarian Mid Year Situation Report
2026 - ONU e OMS — After three years of conflict Sudan faces a deeper health crisis
14 aprile 2026 - ONU — Background to a crisis in Sudan
aprile 2023




